San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte
Uno sgombero in piena regola, in piena estate, taciuto fino all’ultimo e lontano dal picco della stagione di raccolta degli agrumi ha spazzato via l’ultima tendopoli della Piana di Gioia Tauro – il contrario di quello sbandierato nel 2019 dall’allora ministro dell’Interno Salvini, che con un massiccio dispiegamento di forze aveva obbligato decine di persone a trasferirsi da una tendopoli all’altra e molte di più a cercare un’alternativa di fortuna. Questa volta la destinazione di oltre 100 abitanti dell’ormai fu tendopoli – la 4a costruita nella zona industriale di San Ferdinando a partire dal 2012, per volere dello stesso Ministero – sono 5 palazzine site nel vicino comune di Rosarno, rimaste vuote per quasi un decennio nonostante fossero destinate proprio ai lavoratori delle campagne della tendopoli.
Dopo i rifiuti razzisti del comune di Rosarno, il cui sindaco la magistratura ha decretato essere colluso con la ‘ndrangheta, dopo anni di silenzi da parte di istituzioni, associazioni e sindacati davanti alle chiare richieste degli abitanti della tendopoli, aprono le case, già vecchie e dilapidate, in cui a quanto pare in alcuni casi manca la corrente. Proprio come nel vicino Villaggio della Solidarietà, aperto, anche qui dopo più di un decennio, per far posto a chi era stato sgomberato dal fatiscente campo container di contrada Testa dell’Acqua, a Rosarno, dove manca anche l’acqua ma bisogna comunque pagare l’affitto, come nelle palazzine di Serricella. A cui comunque i lavoratori – quelli con i documenti, beninteso, perché gli altri sono stati espulsi, alcuni rinchiusi in un CPR – non devono abituarsi, perché presto le case dovranno essere destinate ad altri, perché non si possono fare favoritismi verso gli immigrati. Un progetto da 10 milioni di euro, finanziato da un congiunto di fondi tra cui il PNRR e il Decreto Caivano, prevede infatti che chi ora è a Serricella l’anno prossimo si trasferisca in una fantomatica fattoria solidale, acquistata dal comune di San Ferdinando e che dovrebbe costituire un polo sociale fonte di autosostentamento e creatore di integrazione e comunità. Chissà se a questa favola qualcuno ha mai creduto davvero – di certo non ci crederanno i diretti interessati, mantenuti all’oscuro di tutto, fino all’ultimo anche dello sgombero, senza che abbiano potuto recuperare nemmeno i loro effetti personali prima che venissero travolti dalle ruspe. D’altronde erano senza elettricità da mesi, nonostante le centinaia di migliaia di euro spese dal comune per ripristinare l’impianto, che non ha mai funzionato e che ora è andato distrutto insieme a tutto il resto. E non potevano nemmeno usare le biciclette, sistematicamente confiscate e distrutte per “incoraggiare” le persone ad andarsene “spontaneamente”. Rimane in tenda una persona che avrebbe i requisiti per poter accedere alle palazzine ma per qualche crudele cavillo burocratico viene lasciata marcire sulle rovine del campo/ghetto.
È iniziato così un altro ciclo nell’eterno ritorno del ghetto che sorge sulle ceneri del campo, che sorge sulle ceneri del ghetto, il tutto ovviamente oliato profumatamente da finanziamenti pubblici. Dove andrà chi tra un mese inizierà ad arrivare nella Piana per la nuova stagione di raccolta non è ovviamente un problema delle istituzioni nè di chi di quel lavoro sfrutta. Molti torneranno dal saluzzese, dove sono al momento impiegati nella raccolta della frutta e dove come ogni anno si è ripetuto lo stesso copione: lavoratori accampati al parco e sistematicamente cacciati, le loro cose distrutte – ma è il “modello Saluzzo”, che non può essere messo in discussione e anzi viene portato ad esempio virtuoso. La vita dei lavoratori delle campagne, si sa, ha sempre avuto scarso valore, come ci ricorda l’infernale bollettino di guerra dei morti di caldo nei campi, o negli incidenti stradali, negli incendi, negli agguati razzisti. Come d’altronde ha scarso valore quella di qualsiasi migrante povero, tirato per la giacca da ogni parte per biechi fini politici, da Ceuta in su.
È stata proprio questa strumentalizzazione a logorare le lotte autorganizzate di chi per anni ha vissuto nelle varie tendopoli della Piana, che chiedevano case documenti e contratti per tutti. Oggi anche chi grida all’ingiustizia dovrebbe avere il pudore di tacere e guardarsi allo specchio. Nuove lotte metteranno in crisi il sistema del razzismo organizzato, nella Piana ed ovunque, e noi saremo al loro fianco, senza dimenticare quello che è stato.
