Radio Ghetto e i raccoglitori di pomodoro

delle attiviste e gli attivisti del campo “Io ci sto” 2012

 per la rivista “Gli asini. Educazione e intervento sociale”, n. 10 – 2012

 Nella terra di nessuno, sul confine fra tre comuni, Foggia, San Severo e Rignano Garganico, sorge un insediamento di baracche fatiscenti: i braccianti stagionali che lo frequentano durante il periodo della raccolta del pomodoro, provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana, lo chiamano Grand Ghettò, o Ghetto di Rignano. Apparentemente un villaggio africano spontaneo, caotico e sporco, di fatto una zona franca, prevalentemente finalizzata al mantenimento di un ampio bacino di manodopera ricattabile e a basso costo, in cui però diventa facile gestire anche altri affari, dallo spaccio allo sfruttamento della prostituzione. Emblema di come le politiche migratorie costituiscano di fatto politiche del mercato del lavoro e di come l’agricoltura costituisca uno dei settori economici in cui maggiormente si esprimono le contraddizioni dell’attuale paradigma di flessibilità nell’organizzazione del lavoro.

In questo contesto da alcuni anni i padri Scalabriniani di Siponto propongono il campo “Io ci sto”, un’esperienza di volontariato e di lavoro a supporto degli abitanti del ghetto (www.iocisto.eu). Nell’estate 2012 è nata un’interessante collaborazione tra il campo “Io ci sto” e una rete nazionale nata a partire dalle lotte di Rosarno e Nardò e composta da organizzazioni di contadini, di consumo critico, di braccianti, da associazioni di attivisti antirazzisti e militanti politici e da centri sociali di diversi territori. Per circa due mesi, volontari provenienti da ambiti cattolici e non, alle prime esperienze in ambito migratorio, e militanti di sinistra hanno operato fianco a fianco nel ghetto. In questo articolo vogliamo provare a tracciare un primo bilancio “a caldo” di quanto realizzato; prima, però, è importante descrivere il contesto nel quale si è realizzata questa esperienza.

Il Grand Ghettò è il risultato dalla progressiva combinazione di differenti processi storici. Da un lato le trasformazioni sociali e produttive che negli ultimi decenni hanno modificato strutturalmente il territorio agricolo della Capitanata, oggi dedicato nei mesi estivi prevalentemente alla produzione intensiva di pomodoro da industria, la quale richiede ancora un grande impiego di manodopera nella fase di raccolta. Dall’altro lato, lo sviluppo di politiche migratorie che, dalla fine degli anni ‘80 con la legge Martelli fino alla Bossi-Fini del 2002, sono divenute progressivamente più restrittive in materia di regolarizzazione ed ingressi. I decreti-flussi per lavoratori stranieri risultano concretamente insufficienti alla reale necessità di manodopera e conseguentemente l’azione legislativa interviene perseguendo esclusivamente un’ottica emergenziale, tramite la discontinua emanazione di sanatorie per la presunta emersione di sacche di lavoro nero. Allo stesso modo le quote provinciali previste per i flussi di lavoratori stagionali sono evidentemente insufficienti al fabbisogno reale di manodopera e prevedono un lungo processo di regolarizzazione che risulta difficilmente compatibile con la variabilità del lavoro agricolo. Le politiche migratorie favoriscono quindi la crescita progressiva di situazioni di irregolarità anche di persone già presenti sul territorio. In questo contesto il Grand Ghetto è il paradigma di una condizione di vita e di lavoro che vede i braccianti stranieri come l’anello più debole su cui scaricare i costi dell’intera filiera agro-industriale.

Secondo alcune stime, durante la stagione di raccolta arrivano nel foggiano fino a 15-18.000 braccianti stranieri alla ricerca di giornate lavorative. La maggior parte degli spostamenti avvengono seguendo le reti sociali e i contatti informali: prevalentemente attraverso il passaparola e la mediazione di caporali. La forza lavoro è frantumata e divisa per nazionalità; tra gli africani, molti si spostano per tutto il Sud Italia seguendo le campagne di raccolta (Rosarno, Piana di Sibari, Castelvolturno, Nardò, Palazzo San Gervasio, Cassibile…), mentre negli ultimi anni un numero sempre maggiore giunge dal Nord: la crisi economica e la chiusura di numerose fabbriche li ha spinti a cercare lavoro in agricoltura. Altri africani sono arrivati dalla Libia in seguito al recente conflitto e sono inseriti nel circuito di accoglienza umanitaria. La maggior parte degli irregolari ha ricevuto un diniego in seguito alla richiesta di protezione internazionale o ha visto scadere il permesso per lavoro subordinato a seguito della perdita del posto di lavoro.

Gli africani lavorano per lo più nella raccolta manuale del pomodoro, in squadre di 20-30 braccianti, per una media di 10 ore di lavoro al giorno, con pagamento a cottimo. Di fatto il sistema dell’intera filiera e dei vari livelli di comando nell’organizzazione del lavoro resta estremamente intricato ed oscuro: è possibile osservare l’inizio e la fine della filiera (la manodopera sfruttata, le grandi industrie di trasformazione e la grande distribuzione organizzata) ma è molto più complesso separare e comprenderne i passaggi intermedi. Anche la struttura produttiva è particolarmente difficile da ricostruire: vi sono sia grandissimi produttori, spesso con proprietà intestate a prestanome, che aziende medie e piccole, soprattutto nella zona di Cerignola, ma anche molti commercianti e contoterzisti, spesso collegati direttamente coi conservifici campani che affittano grossi appezzamenti di terreni solo per la produzione del pomodoro.

Il Ghetto di Rignano – che è il più grande dei tanti insediamenti dei braccianti disseminati per tutta la Capitanata, fino alla Basilicata – nasce nei primi anni novanta con l’occupazione di vecchie masserie abbandonate. Si sviluppa per più di un decennio fino a divenire una vera e propria baraccopoli, lontana dai centri abitati e scollegata da ogni tipo di servizio pubblico, dall’assistenza sanitaria a quella legale. Le baracche che lo compongono, costruite con plastica, legno e lamiera, sono prive di qualsiasi accesso alla rete fognaria, di distribuzione elettrica e gas e costituiscono lo scheletro infrastrutturale di un ordinato e capillare sistema di economia informale. Durante la stagione estiva si moltiplicano i piccoli ristoranti, spacci alimentari e bordelli, si affittano posti letto ed il Grand Ghettò raggiunge la sua massima estensione per ricevere le centinaia di lavoratori africani che giungono durante la stagione estiva per la raccolta del pomodoro. D’altro canto, nei mesi estivi la Regione Puglia attraverso il comune di San Severo si occupa di riempire alcune cisterne di acqua potabile, allestire bagni chimici, raccogliere i rifiuti, il polibus di Emergency offre assistenza medica e saltuariamente appaiono alcuni sindacalisti della Cgil.

Dietro l’apparente spontaneità vige un sistema di controllo pervasivo che regola ogni destinazione spaziale e molti momenti della vita degli abitanti, attraverso una fitta rete di rapporti clientelari e commerciali, funzionali al reclutamento e mantenimento della manodopera. Il lavoratore che arriva al ghetto è spesso costretto a pagare 25 euro per ottenere un posto letto per tutta la stagione di raccolta; inoltre, il ghetto offre molti servizi a pagamento: generi alimentari, materassi per dormire, corrente elettrica per ricaricare i telefoni cellulari, abiti, prestazioni sessuali. Il ghetto è quindi conseguenza del sistema di sfruttamento del lavoratore a più livelli e ne permette allo stesso tempo la sopravvivenza in condizioni esasperate.

I caporali, o capi neri, sono il perno dell’organizzazione del lavoro e dell’insediamento. Il caporale straniero non svolge unicamente funzioni di reclutamento, interfacciandosi con il produttore o con un ulteriore intermediario che nella maggior parte dei casi è italiano, ma offre e spesso impone una serie di servizi a pagamento: trasporto dei braccianti sui campi, per 5 € a persona; trasporto in altri luoghi per necessità non lavorative, come ospedali, supermercato, stazione, call center; in alcuni casi il caporale pretende il pagamento di acqua e cibo durante il lavoro e condiziona la possibilità di trovare lavoro al consumo obbligatorio dei pasti ed al pernottamento in specifiche baracche. Vi è una certa varietà nelle tipologie di relazioni gerarchiche: caporali, capisquadra, autisti, persone che si costruiscono e gestiscono la propria squadra di braccianti. Tra caporali e braccianti vi sono spesso anche legami “comunitari”: alcuni caporali costruiscono le proprie squadre con parenti, familiari e amici, oltre che connazionali in genere, che costituiscono il nucleo forte e fidato della squadra di lavoro, e poi assumono altre persone quando necessario. Questo vuol dire che in molti casi il bracciante è legato al caporale anche per motivi di parentela, amicizia, rispetto, onore, connazionalità, il che rende più difficile il riconoscimento della situazione di sfruttamento.

I caporali e i produttori traggono profitto proprio dalla separatezza tra braccianti e la società locale: i lavoratori alloggiano in grossi ghetti o nei casolari abbandonati, pressoché impossibilitati ad avere contatti autonomi con la popolazione autoctona, isolati e quasi totalmente dipendenti dalla mediazione dei caporali e da rapporti commerciali per la soddisfazione di ogni tipo di necessità.

In questo contesto di disinformazione generale, emarginazione e controllo, isolamento e ricattabilità i lavoratori stranieri hanno grandi difficoltà a portare avanti rivendicazioni collettive perfino a livello di singole squadre. La frammentazione dei lavoratori è dovuta anzitutto alla divisione tra regolari ed irregolari; inoltre, i caporali, per evitare rivendicazioni collettive, utilizzano strategie come pagamenti differiti nel tempo o scaglionati diversamente tra vari lavoratori appartenenti ad una stessa squadra; la difficoltà a rivendicare il puntuale pagamento della paga concordata col caporale deriva inoltre dal fatto che chi rimane nel circuito bracciantile per più tempo è frenato dalla paura di non trovare più lavoro l’anno successivo. A questo si aggiunge la presenza di un’enorme offerta di lavoro che esaspera la concorrenza ed aumenta la ricattabilità del singolo: la distribuzione su un territorio vastissimo, la facilità di ricambio e sostituzione della forza lavoro in caso di rivendicazioni scoraggiano anche i braccianti più consapevoli. Infine, i lavoratori provenienti dal Nord, che vedono il salvagente della raccolta nell’agro foggiano come ultima soluzione di reddito, considerano il lavoro in agricoltura una parentesi temporanea per la quale non vale la pena organizzare rivendicazioni.

Eppure, in questo isolamento, l’insediamento costituisce uno spazio di aggregazione sociale, un’occasione d’incontro e conoscenza in grado di favorire lo sviluppo di un intervento sociale e politico che è molto più difficile da realizzare quando i braccianti si insediano in casolari dispersi su un territorio così esteso.

In questo contesto il campo “Io ci sto” è stato attivo per circa due mesi. Le pratiche proposte – corso d’italiano, ciclofficina, laboratorio radiofonico, sportello di orientamento legale ed un tentato approccio con le donne presenti al ghetto – erano finalizzate a comprendere meglio l’organizzazione del ghetto e i processi in atto sul territorio circostante, a rompere l’isolamento dei lavoratori residenti, a fornire loro strumenti minimi di conoscenza e di autonomia dal sistema del caporalato e del lavoro sfruttato, e in prospettiva a cercare di “scardinare” il sistema di potere del ghetto.

Lo sportello di orientamento legale e la scuola di italiano sono stati pensati come un’occasione per stabilire e coltivare rapporti interpersonali e di fiducia reciproca, raccogliere vissuti, informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro, e fornire informazioni sui diritti del lavoro, permessi di soggiorno e sui servizi legali e sanitari presenti sul territorio. L’approccio di fondo era orientato a fornire strumenti utili a conseguire una maggiore consapevolezza ed autonomia rispetto alle questioni del lavoro, dei permessi di soggiorno e del rapporto con chi organizza la manodopera, in particolare per far sì che il lavoratore potesse stabilire una comunicazione diretta con il produttore. Con entrambe le attività si è tentato di dotare gli “alunni-lavoratori” di strumenti di comprensione della loro quotidianità, tentando di costituire un ponte con le realtà attive sul territorio, facilitando il collegamento ma evitando di sostituirsi ad esse. In un quadro inevitabile di improvvisazione ed adattamento quotidiano alla variabilità degli alunni e alla discontinuità nella frequenza, si è perseguito il più possibile un metodo d’insegnamento orizzontale e non frontale, stimolando la condivisione e la discussione relativamente alle condizioni di vita e di lavoro.

Possedere una bicicletta nel ghetto vuol dire, almeno in parte, potersi emancipare dai caporali. La ciclofficina, quindi, ha concretamente contribuito all’autosufficienza di alcuni dei lavoratori permettendo loro, attraverso la riparazione gratuita ed autogestita delle biciclette, di dotarsi di un proprio mezzo di trasporto per recarsi al lavoro autonomamente o per raggiungere i centri abitati senza dover pagare il passaggio al caporale.

L’esperienza più innovativa è stata sicuramente la creazione di una stazione radio pirata, che abbiamo chiamato “Radio Ghetto. Voci Libere”. Attraverso la radio, che trasmetteva nel raggio di un paio di km, si è cercato di dar voce agli abitanti del ghetto, fornendo uno strumento di comunicazione interna per i lavoratori, di intrattenimento ed espressione spontanea, di rottura dell’isolamento, di condivisione musicale e divertimento. La radio ha rappresentato un utile strumento di conoscenza della realtà del ghetto attraverso il racconto dei suoi abitanti, ma anche un’occasione di dibattito, attraverso interviste e chiacchierate in onda. Infatti lo spazio fisico della radio, costituito da una tenda appositamente adibita, ha permesso la creazione di una dimensione più protetta, in cui potersi confrontare in maniera più aperta e talvolta intima, ma allo stesso tempo dotata di una diffusione esterna, inizialmente anche molto estesa all’interno del ghetto tramite radioline distribuite nelle baracche e sintonizzazione di telefoni cellulari. Partendo dalla descrizione e denuncia delle condizioni abitative si è talvolta giunti a toccare anche il tema delle condizioni di sfruttamento lavorativo. Molti dei partecipanti si sono confrontati tra loro, esponendosi pubblicamente pur nel timore di perdere il lavoro nei giorni successivi, vista la consapevolezza che ciò che stavano dicendo ad un pubblico apparentemente ristretto in realtà si stava trasformando simultaneamente in un messaggio rivolto anche a molti altri.

Le tende della radio, della ciclofficina e dell’orientamento legale e lo spazio coperto per la scuola di italiano erano situate a un’estremità del ghetto. Questo ha creato una sorta di isola di socialità parzialmente indipendente dal resto dell’insediamento, che se da un lato ha accentuato la divisione tra le attività di “Io ci sto” e la vita quotidiana dei lavoratori, dall’altro ha facilitato una libertà di espressione ed una socialità più spontanea, più protetta dal controllo di chi gestisce i rapporti di potere nel ghetto e meno costretta all’interno di spazi predefiniti. Il decentramento ha infatti influito sull’affluenza dei lavoratori nel periodo di picco dell’attività di raccolta: agli inizi di settembre il numero di uomini che frequentavano la scuola di italiano e la radio era visibilmente inferiore alle settimane precedenti. D’altra parte, in seguito all’incendio del 10 agosto, che ha distrutto un certo numero di baracche, fortunatamente senza feriti, le tende messe a disposizione da Io ci Sto nello spazio contiguo a quello di radio e scuola, hanno costituito un’occasione di autogestione dello spazio e della turnazione per l’occupazione dei posti letto. Un evento che poteva essere drammatico si è invece rivelato un’occasione di incontro, permettendo ai lavoratori che si sono trasferiti nelle nuove tende di uscire in qualche misura dallo spazio controllato dai caporali.

Allo stesso tempo le proiezioni di film e documentari africani, il torneo di dama, la musica della radio hanno fornito l’occasione per vivere relazioni sociali meno basate sulla diffidenza reciproca e il sospetto di quanto non si verificasse altrove nel ghetto, nei locali dove si vendono bevande, cibo e spesso prestazioni sessuali e dove il centro di aggregazione è spesso un programma televisivo o un video musicale ad alto volume. Si è tentato a gran fatica di aprire un varco sottile nell’ordine immobilizzante del ghetto, cercando di stimolare un dibattito più apertamente politico a partire da alcune iniziative informative serali.

Nonostante l’esperienza e la conoscenza acquisite durante questi mesi di attività al ghetto siano assolutamente parziali, ci sembra importante sottolineare come il senso dell’intervento non sia consistito in una semplice “assistenza” a persone in difficoltà. Per quanto si sia deciso di tenere un profilo basso, vista la difficoltà del contesto, il tema del lavoro è stato al centro delle nostre riflessioni e attività. È importante ricordare come la questione dello sfruttamento del lavoro migrante in agricoltura non sia scissa da questioni analoghe in altri settori economici ed in altri territori, nei quali ritroviamo la frammentazione ed individualizzazione della forza lavoro, la disoccupazione usata come leva di ricattabilità in un contesto di ampia offerta di lavoro, la disinformazione diffusa e la privazione di diritti di base. Non bisogna quindi perdere di vista il quadro generale in cui ci si muove, che riguarda non solo l’agricoltura e le condizioni dei braccianti, dalla Calabria al Piemonte, ma molti altri segmenti del lavoro in Italia: semplicemente seguendo le filiere dei prodotti agricoli si incontrano le mobilitazioni dei lavoratori delle cooperative della logistica e della grande distribuzione organizzata che si sono mobilitati nei mesi scorsi a Pioltello e Basiano. Favorire un incontro tra questi soggetti è un’aspirazione a cui tendiamo.

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