BREVI AGGIORNAMENTI DAL SISTEMA CAMPO

Nel corso degli ultimi mesi, in tutto il paese, si sono intensificati sgomberi di molti luoghi occupati e baraccopoli, accompagnati da deportazioni da un (non) luogo ad un altro di migliaia di persone, principalmente immigrate e rom. In questo quadro generale ai grandi
ghetti calabresi e pugliesi viene dedicata un’attenzione particolare. Difatti in questi posti – come più volte è stato raccontato – da diversi anni si mettono in campo le più “sofisticate” e aberranti sperimentazioni sia rispetto alla gestione della manodopera, prevalentemente immigrata, necessaria soprattutto nei periodi di
raccolta, dove si gioca tutto sulla velocità della prestazione lavorativa, sia rispetto alla realizzazione e gestione dei campi, per lavoratori o per immigrati, alla fine poco importa. L’importante è spostare le persone, così si muovono anche i soldi.

A San Ferdinando, terminato lo sgombero, da una tendopoli a un’altra, il comune e la prefettura sembrano aver rimosso il “problema tendopoli”, o meglio scelto di ignorarlo. Due settimane dopo la morte di Noumou, imprigionato dalle fiamme nelle “tende ignifughe” della Protezione Civile, il sistema elettrico della tendopoli rimane pericolante e privo di salvavita, l’acqua calda
continua a mancare ed è difficilissimo cucinare. In tutto ciò, sempre più persone vengono cacciate dalle tende con criteri totalmente arbitrari e che variano di continuo: alcune sono state mandate via perché in possesso del tipo sbagliato di permesso di soggiorno (un permesso di sei mesi e non un permesso umanitario…), mentre altre
hanno perso il posto dopo essersi allontanati per tre giorni per lavorare altrove, con la motivazione di essere state assenti durante un “appello” fatto senza preavviso. Peggio che in caserma. Mentre delle case vuote di contrada Serricella, costruite appositamente per i
braccianti agricoli stagionali, non si parla più, e nemmeno dei containers sui quali fino ad un paio di settimane fa si erano fatte numerose riunioni tra Regione, sindaci, sindacati e associazioni varie. Riunioni che evidentemente, ancora una volta, non hanno portato
a nulla. L’unico fronte su cui le istituzioni non faticano a muoversi è quello della repressione: sempre più frequenti in questi giorni sono stati i controlli nelle aziende agricole che spesso, invece di indirizzare verso una regolarizzazione dei rapporti di lavoro e dei
contratti, hanno avuto come esito l’espulsione dei lavoratori senza permesso di soggiorno, che quindi hanno perso il lavoro senza che gli venisse data la possibilità di regolarizzarsi. Questi sono gli effetti
della celebratissima ‘legge sul caporalato’.

A Foggia, la situazione non è molto diversa. Quest’anno il ghetto sotto attacco è quello dietro il campo di Borgo Mezzanone, la pista, dove da un paio di mesi le ruspe, sorvegliate da poliziotti e l’esercito, stanno smantellando edifici e baracche adibiti ad attività commerciali, spesso illecite (!). Nella realtà la distruzione di luoghi che fungevano anche da abitazione per molte persone che ora si trovano nuovamente costrette a vivere una precarietà sempre più pericolosa, poiché lasciate senza alcuna alternativa. Questo vale in maniera ancor più eclatante per le donne, che non sono nemmeno formalmente contemplate nei progetti di rialloggiamento (progetti ovviamente autoritari, repressivi e per nulla risolutivi).
Insieme alle attività di sgombero compaiono anche qui – come in Calabria da tempo – le operazioni di censimento di chi vive nel ghetto. Esercito e Croce Rossa raccolgono nomi e documenti, con la solita vaga spiegazione di offrire luoghi più “dignitosi” dove andare a vivere: ovviamente si tratta di altri campi di container o di tende, isolati, lontani da tutto, luoghi ideali per essere sfruttati 24 ore su 24.
Tutto questo senza dimenticare il recente omicidio di Daniel, le cui dinamiche sono state distorte in funzione razzista e minimizzante, dimostrando ancora una volta quanto le vite degli immigrati siano spendibili e ignorabili.

Ci siamo stancati di contare le morti di persone uccise dal razzismo e dallo sfruttamento, eppure sembra che in molti si siano abituati, come se ci si rassegnasse all’impossibilità di cambiare la situazione. Il momento è difficile, lo sappiamo molto bene, ma sappiamo anche che la rabbia e la voglia di prendersi tutto è tanta, serve solo tempo.
Vogliamo documenti, case e contratti! Vogliamo tutto!

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